Quella volta che mi hai chiesto di sposarti

Ho passato anni a credere che il caso esiste, perché alla fine le probabilità che accadano certe cose sono minime ed è impossibile che accadano ma poi invece succedono e tu ci rimani lì a bocca aperta come una pera cotta. Quindi un giorno al caso io ho smesso di crederci. E non chiedetemi il perché, di “perché” ce ne sono un milione e una mattina ho deciso di prenderli tutti insieme e urlare al mondo intero: IL CASO NON ESISTE.

Sebbene il caso non esista non esiste ogni tanto una spiegazione logica a quello che ci succede incredibilmente. Qualcuno lo chiama Karma, qualcuno destino, qualcuno dice sia un disegno divino, qualsiasi cosa sia ogni tanto è una vera testa di cazzo e cercare di capire il perché degli avvenimenti quotidiani diventa solo una fatica inutile.

Come quella volta che ho incontrato te, che la prima sera che mi hai conosciuto abbiamo parlato una sera intera e quando ti sei ubriacato m’hai detto:”ritrovo in te un animo affine al mio” e io sorrisi perché era vero. Perché ha ragione Bukowski quando dice che quando ti trovi vicino ad un’anima libera la riconosci immediatamente e così fu per noi. Ci bastò una sera, la musica dal vivo, i drink a volontà e ritrovarsi alle 4 del mattino a giocare a frisbee in qualche monumento del centro in cui non si può. Iniziò in quel modo la follia di due che non hanno niente da perdere. E io sono come Sorrentino quelli che non hanno niente da perdere li amo, perché sono i nuovi bambini. Sono quelli a cui se dici:”dai, domani partiamo” quelli partono sul serio, quelli che se ti dico “sdraiamoci per terra ora, qui, sulla strada. Voglio vedere le stelle” ci si sdraiano di corsa e le stelle le vedono sul serio, pure se è mezzogiorno, sono quelli che accettano di fare aperitivo con te pure alle 15 del pomeriggio, sono quelli come noi.

Sono passati i giorni a suono della tua musica, di quella che mi hai insegnato, dei libri di cui abbiamo parlato, delle cantate che abbiamo fatto, delle ebrezze infinite, delle canne silenziose su quel giardino del Seicento alle 2 di notte, dei film non guardati, dei disegni sui muri, dei maglioni prestati dei litigi finiti in risata. Fino a quella sera, come tutte le altre. Mi chiama il proprietario del bar in cui andavamo sempre perché ti eri addormentato ubriaco sopra i tavoli e di andartene proprio non ti andava. Io son corsa come sempre a recuperare il tuo degrado, ti ho portato a spalla su infinite scale e mentre ti riprendevo per il tuo stato rovinoso e tu mi urlavi che ero “una grandissima stronza” ti sei fermato, mi hai guardato e m’hai detto:”ci sposiamo?”.

Quattro ore dopo ero su un aereo e mi stavo trasferendo in un altro Stato, ma ci penso ancora a te in ginocchio sulla strada, che stringi forte le mie gambe e mi dici:”grazie per esserti condivisa con me”.

Karma, o chi per te, per questa vita penso di aver dato già abbastanza. Per favore, rifatti su un altro.

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