Il dolore di chi vive di addii.

Eccomi qui. Di nuovo a preparare le valige in meno di anno. Un anno intenso, a tratti meraviglioso, speso in una città che amo follemente. Ma proprio come accadeva a Juliette Binoche in Chocolat sento che il vento è cambiato e mi rimetto a danzare con lui, alle volte dell’ignoto. Come sempre. E come ogni partenza improvvisa vuole, i giudizi e i commenti non si sprecano mai. “Quitter’s gonna quit”, questo dicono delle persone come me. Credono che siamo gente che “rinuncia”, che non sa mantenere relazioni stabili, che è troppo volubile per combinare qualcosa di buono, che non vale la pena perderci tempo perché tanto non combinerà nulla nella vita e si ritroverà a 50 anni da sola e fallita. Del resto sono cose che mi ripete mia madre da quando sono nata, non vedo perché voi dovreste fare la differenza.

Io oggi invece vi racconto di come ci si sente dall’altra parte: dalla parte di chi vive di addii da una vita. Perché sarebbe bello potervi far capire che vuol dire nascere con la wanderlust nel cuore, con una sehnsucht perenne che fa sì che non siate mai soddisfatti, con l’incoscienza di non rinunciare ai propri sogni pure se bisogna spaccarsi il culo in 20 parti per arrivarci, con l’ambizione di chi non si vuole accontentare a 23 anni ma vuole di più da se stesso e dagli altri, con la forza di chi ha dovuto imparare a bastarsi da solo perché chi doveva esserci non c’è stato e perché nessuno vuole accanto a sé qualcuno che non sa garantire stabilità nemmeno a se stesso. Oggi vi racconto di come per imparare ad essere forti da soli si diventa stitici sentimentali e perfino un pianto liberatorio diventa una fatica; di tutti quei “mi manchi” soffocati, gli abbracci non dati e non ricevuti perché la lontananza fisica, a volte, diventa pesante come quella morale, di come si dorma stretti a un orsacchiotto per colmare un vuoto al quale ormai ci si è abituati. Proprio questa solitudine e questa inquietudine interiore che ci insegna ad apprezzare terribilmente tutto ciò che ci circonda, a sorridere agli sconosciuti, a parlare con i passanti nei sobborghi, ad apprezzare più tramonti,  a piangere le ore dentro ai musei d’arte moderna il mercoledì pomeriggio, a fidarci del prossimo, a fare quello che ci va di fare quando ci va di farlo.

E quando mi dite che non proviamo emozioni, che siamo superficiali, che non gettiamo le basi di niente perché non facciamo altro “che andare via”, la mia risposta è: NON C’AVETE CAPITO UN CAZZO. Quelli che vivono di partenze tengono il cuore in una teca di vetro, ma perché ne regalano un pezzo a chiunque incontrano. Non sapete quanto pesano, invece, i “mi manchi” detti in partenza da chi ti vuole bene, da chi non ti si è mai avvicinato ma poco prima di partire, senza nemmeno parlare, ti dà un abbraccio lunghissimo; quanto pesa lasciare un posto che si ama con tutto il cuore, un amico a cui tieni come un tuo braccio. Quanto pesa sorridere sempre, pure mentre si sale su un cazzo di treno che vi porta via dal luogo in cui vorreste restare. Le persone come me hanno il cuore spezzettato e sparso per il mondo e non c’è nulla di superficiale in questo, solo tanta nostalgia e dolore.

Non tutti se ne vanno perché “abbandonano” nella vita. Qualcuno se ne va perché deve, perché è il momento, perché è la cosa giusta da fare per poter diventare la persona che desideri essere. Giudicate di meno, abbracciateci di più.

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5 pensieri su “Il dolore di chi vive di addii.

  1. Bellissimo post.. in cui mi ci ritrovo al 100%! Siamo anime tormentate, sempre in cerca di qualcosa in più, ma che dentro portano sempre una grande nostalgia di tutte le persone che abbiamo incontrato sul nostro cammino..è una delle cose più dure, sempre!

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