Vi auguro “ritorni”.

Un anno esatto fa, oggi, la mia vita cambiava. Un anno esatto fa, oggi, la segretaria della mia università entrava nell’aula studio nella quale mi trovavo a studiare tesa come una corda di violino e pronunciava una frase cruciale per me:”Complimenti, lei è ufficialmente nella lista dei laureandi delle discussioni di tesi del 3 Ottobre”. Meno di un mese dopo ero già trasferita all’estero, a un anno esatto di distanza, come canterebbero i Planet Funk:”I’m a slave for the minimum wage. Detroit, New York and LA but I’m stuck in the UK”. Ed eccolo qua di nuovo di ritorno, il giorno che odio più dell’anno: il mio compleanno. La verità è che il mio compleanno mi ha sempre portato una scarogna increbile, sempre un giorno di merda e quest’anno non fa la differenza. Anzi, forse quest’anno è pure peggio, non ho nemmeno un Laky che mi porta a ubriacarmi sulle scalette della Zozza per poi farmi fare il karaoke da Celentano. E quindi la mezzanotte quest’anno arriva, come gli altri anni e fiumi di auguri si spiattellano sul mio telefono senza tregua, senza colmare quel vuoto scandito dal rimbombo interiore dei rintocchi del Big Ben, che oggi mi ricorda che sono un anno più vecchia.

La verità è che oggi chi mi ha fatto un regalo vero è chi mi ha fatto gli auguri non usando le tre parole più inflazionate: “buon compleanno” e “auguri”. La differenza, quest’anno, l’ha fatta chi ha colmato quella distanza fisica, così grande che è effettivamente tangibile, scrivendo un “mi manchi” secco secco quasi sussurrato, ché solo io lo so quanto ha pesato ammettere; chi ha strillato quel “ti voglio bene, neanche tu sai quanto” alle 3.38 di notte, che per troppo tempo era stato seppellito nel profondo di un orgoglio spesso troppo tiranno. E poi, inevitabilmente, la tranvata finale a mettermi ko definitivamente: Paolo Maria Noseda, che mi manda gli auguri.

Ancora me la ricordo la prima volta che ci parlai con Paolo Maria Noseda, fu subito dopo che finii di leggere la sua biografia. E Dio solo sa quanto ci piansi su quel libro, così tanto che alla fine decisi di scrivergli una lettera. “Stronzate da fan”, direte voi, e forse avete pure ragione ma quando qualcuno come lui si condivide col mondo come nel suo libro e sa comunicarti l’amore e la passione che ogni giorno mette nel suo lavoro un “grazie” come minimo ritengo gli sia dovuto. Quindi eccola qua, la sua “fan” in prima linea, che gli scrisse una lettera col cuore aperto, ancora emozionato per le sue parole. La cosa che mi sbalordì di più fu che lui mi rispose, mi rispose per davvero e anche repentinamente. Ma non con la spocchia di chi ti guarda da un gradino sopra di te e ti dice “lo so che sono splendido come la mia carriera”, al contrario mi scrisse con grande umiltà parole sentite, enfatiche e incoraggianti chiamandomi perfino “collega”, A ME, che stavo al secondo anno di università e che lo vedevo -e ancora lo vedo- come un dio vivente. Oggi, ad anni di distanza, non so perché, non so come, lui mi ha scritto di nuovo, nel giorno del mio compleanno, per farmi gli auguri. E uno come Paolo Maria Noseda gli auguri non li fa dicendoti un “buon compleanno” senza significato, lui è uno che le parole le pesa, le soppesa, le conosce e le studia, delle parole è innamorato, ci fa l’amore ogni giorno da una vita e le parole lo hanno preso così tanto che lui se le è sposate le ha fatte diventare tutta la sua vita e la sua carriera.

Pertanto ecco arrivare le parole del Maestro, appuntite e mirate come una freccia puntata dritta verso il cuore: “MANY HAPPY RETURNS”. BUM. CENTRO. In un attimo la freccia entra dritta e diretta nella fessura del mio essere e lo frantuma in mille pezzi. Sì, perché quel “returns” pesa più di un macigno sulla schiena di Ercole; quel “returns” che di significati ne ha tanti e uno come Paolo Maria Noseda lo sa bene. Lui, che come me, con la wanderlust nel cuore ci è nato, che la sehnsucht perenne lo attanaglia da una vita; oggi lui mi augura “returns” e io lo so fin troppo bene che quel “returns” non significa solo “risultati/ricompense” ma anche “ritorni”. Ritorni veri e propri. Perché quando si viaggia i “ritorni” sono la cosa più importante. Se si viaggia per tanto ma non si ritorna mai, si diventa degli esiliati e a quel punto il viaggio perde tutto il suo fascino e profumo di libertà. I viaggi sono belli perché si ritorna sempre, non importa dove, da chi o quando, si ritorna. Questo solo conta: i ritorni. E porca troia quanto fanno male certi “ritorni”, bruciano come il sale sulle abrasioni, altri invece magicamente diventano come una boccata d’aria fresca dopo una crisi respiratoria. Ma di qualsiasi tipologia esso sia, il ritorno serve per dare uno scopo a te stesso, al tuo operato, ai viaggi che compi, a ricordarti chi sei e da dove vieni, serve a darti un senso.

Ancora una volta Paolo Maria Noseda, con le parole, colpisce nel segno e mi capisce nel sogno. Non so se il mio grazie basterà mai a fargli capire quanto hanno significato quelle parole per me, neanche chi mi conosce da anni ha saputo farmi un augurio tanto azzeccato e personale. Ma del resto come dice Toni Servillo in La Grande Bellezza:”Diamo sempre il meglio di noi agli sconosciuti”, e quindi grazie sconosciuto, che in fondo mi conosci molto meglio di altri e che in un giorno come questo sei riuscito a farmi l’unico augurio che avrei voluto sentirmi fare da chi dice di volermi bene da una vita.

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(Un anno fa, esatto, con tanti capelli in più e meno color puffo).

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