Life as a tv series..

One day in a “salone”: alcuni dicono che la vita non è come nei telefilm, forse perché non mi hanno mai conosciuto. Ergo vi racconto della mia ultima esperienza as a “model material”.
Tutto nasce da un prank che le mie dolci colleghe mi hanno fatto dicendo alla direttrice di questo salone costosissimo che volevo fare la modella per tagliarmi i capelli, in realtà io più che come scherzo l’ho presa sul serio e a fare la modella ci sono andata davvero.
“Tuesday 9.15 am” dice il foglietto della prenotazione che Concita, una ragazza in giacca, mi lascia alla reception del salone in questione. La metro martedí mattina era un disastro pertanto mi presento al salone alle 9.21. Qui alla reception trovo Concita giá alla porta ad aspettarmi che mi fa gentilmente notare che mi aspettavano, prende la mia giacca e le mie cose e mi accompagna in un salotto in cui mi prega di sedermi e mi prepara un mocaccino. Nel salone rigoroso silenzio, musica soffusa da lounge bar, clienti posh sorseggiano i loro cappuccino mentre gli hairstylist, in rigoroso total black, fanno i loro capelli. Qualche minuto dopo arriva lui, il mio hairstylist, un tale sui 45 anni pieno di tatuaggi e con due dilatatori, ma con camicia, pantaloni e brague nere, mi chiede se sono io la modella e mi porta a sedermi su un’immensa poltrona davanti a uno specchio, disfa il mio bun e inizia a toccarmi i capelli. Gli dico che è la prima volta che li ho lunghi e che non voglio tornare ad averli corti per ora, lui inizia a gonfiarmi i capelli con le mani e a dire che non c’è problema, lavorerà sul volume e le lunghezze. Inizia poi a parlare di cosa fare della frangia, mi propone la riga in mezzo, io manco rispondo lo guardo e in un attimo lui mi propone una lunga frangia para:”really trendy! Like an actress from Hollywood” io sorrido e rispondo:”I’m not an actress, I don’t live in Hollywood”. Lui ride e mi dice che non mi devo preoccupare, farà una frangia a lato e mi farà un “sexy look”. Ma Prima di farmi alzare mi guarda e mi dice che non posso farmi i capelli con quelle scarpe, io sono un po’ smarrita a quell’affermazione ma lui senza nemmeno aspettare che dica qualcosa mi chiede che numero porto, il tempo di rispondere “I’m a size 5” che lui torna con queste scarpe tacco 18 che solo una vera lapdancer sa indossare. Mi fanno cambiare scarpe e l’assistente del mio hairstylist provvede ad accompagnarmi con quei trampoli a lavarmi i capelli, perché ovviamente chi è che si taglia i capelli in ballerine? È ovvio che le scarpe siano importanti ai fini di una buona riuscita di un taglio. Ad ogni modo lo shampoo è una goduria, massaggio incluso, poltroncine reclinabili, poggia piedi… C’avrei passato un mese, se non fosse stato per una tipa che ogni 30 secondi veniva a chiedermi cosa poteva portarmi da bere.
Finito questo mi portano con delle altre ragazze che facevano le modelle in un salone con specchi e e poltrone. “Prelevano” tre ragazze e io rimango nella stanza da sola qualche minuto. Di corsa arriva questa gentile ragazza a dirmi che le classi per le modelle si svolgono solo con tre modelle alla volta, pertanto dovró aspettare due ore ma in quel frangente il salone mi offre un favoloso trattamento ai capelli. Ora, con i trampoli da prostituta, i capelli bagnati, senza borse nè giacca come avrei potuto scappare? Accetto il trattamento e qui inizia una delle esperienze più strane della mattinata. Torna a prendermi l’assistente del mio hairstylist e mi riporta ai lavandini. Qui, costui compie la seguente azione dopo avermi fatto sedere di nuovo nella poltroncina: prende del ghiaccio e inizia a passarlo su tutti i miei capelli in modo circolare, sebbene suoni strano vi assicuro che è stata una delle sensazioni più meravigliose evah, se non fosse che è durata troppo poco. Subito dopo, infatti, mi raccoglie i capelli, li avvolge in un panno e mi porta sotto una mega lampada rovente di quelle che usano per coltivare l’Erba. Dire che andavo a fuoco era poco, fortunatamente mi hanno portato orange juice come se piovesse.
Arrivano le 11, mi rilavano i capelli e mi dicono che sta per iniziare la sessione successiva in cui è il mio turno da modella. Aspetto in un corridoio in piedi con altre due ragazze fin quando non esce un ragazzo che ci invita ad entrare. La scena che mi si presenta è a dir poco surreale: quaranta parrucchieri spagnoli davanti a un mega palco, al cui centro c’è il mio hairstylist assieme a quello che poi ho scoperto essere l’interprete, e ai lati altri due parrucchieri. Inutile dirvi che al centro del palco sotto i faretti chi ci è capitata? Io.
Con somma vergogna salgo al centro del palco e mi siedo in questa poltrona girevole, mezzo secondo più tardi il parrucchiere mi toglie gli occhiali e io piombo nella cecità. Mi rimane solo l’ascolto e il cercare di non pensare cosa sta accadendo. Con mia immensa gioia io comprendo sia il parrucchiere che l’interprete, forse perché al posto dell’interprete avrei potuto esserci io dati gli studi, prendo pertanto questa scusa per ripassare un po’ la lingua e valutare un po’ la resa, che sostanzialmente è stata buona eccetto per qualche momento di panico e di imbarazzo dovuto a qualche soluzione zoppicante. Ma del resto l’umorismo inglese è sottile e la velocità del parlato alta, non sempre è facile saperlo rendere con immediatezza. Ad ogni modo torniamo a noi, a me: seduta su una poltrona, sotto un faro, al centro di un palco, con una masnada di gente a guardarmi e con dei tacchi imbarazzanti. L’hairstylist inizia a parlare del suo lavoro, di come i parrucchieri prendono ispirazione e poi inizia a spiegare come mi taglia i capelli e in quell’istante parte il panico. Mentre il tipo parla taglia una ciocca dei miei capelli lunga quanto il mio braccio che mi cade su una gamba. Sangue gelato. Inizio a maledirmi e a maledire le colleghe e in testa mi passano tutte frasi banali del tipo “mai fidarsi dei parrucchieri”. Ma come se questo non fosse abbastanza sento il parrucchiere che inizia a dire:”questa ragazza ha un colore di capelli orrendo. A me non piace per niente. Dovrebbe tingerseli. Il suo colore è lo stesso della pelliccia di un topo: nè scuro ne chiaro, insomma è niente”. Sbam. Sassata netta tra i denti mi risveglia dalle mie preoccupazioni. Un desiderio di togliergli le forbici dalle mani e conficcargliele nel bulbo oculare mi pervade. Non può averlo detto. Non lo sta dicendo. Devo aver capito male. E le persone davanti a me non stanno annuendo, sono io che non vedo bene. Aspetto la traduzione dell’interprete, di sicuro avrò capito male. E invece no. Quelle parole orrende risuonano per la seconda volta in spagnolo in quella stanza. Per la seconda volta tutti annuiscono. Per la seconda volta rimpiango di non avere un oggetto contundente tra le mie mani.
Il siparietto sull’insulto ai miei capelli continua per 10minuti, nei quali si dice che le opzioni per me sarebbero: biondo, cioccolato fondente o rosso, e si definisce il colore dei miei capelli naturale “mousey”. Vi giuro che se avessi potuto gli avrei tatuato i bulbi oculari e poi avrei detto: “adesso quanti colori di merda vedi?”. A parte ciò i miei capelli continuano a cadere per terra, interpete e hairstylist parlano senza sosta, arriva il direttore del salone che non appena prende la parola mi guarda e mi consiglia di prendere appuntamento per farmi il colore. Il coltello nella piaga non era girato a dovere, ci voleva un’altra shakerata. Finisce il mio taglio, mi riportano gli occhiali, mi tolgono la mantellina nera dalle spalle e mi fanno alzare in piedi in mezzo al palco e in quell’istante si innalzano decine di flash e di voci che mi gridano di girarmi a destra e manca. Sono confusa. Mi sento come Enzo Miccio in curva nord a una partita di Champions league. L’imbarazzo è alle stelle e accompagnato a questo si aggiunge l’hairstylist, che non pago degli insulti di prima, definisce il mio taglio “una robetta commerciale. Direttamente mutuata dalla London fashion week e dalla settimana della moda di milano. Assolutamente inappagante per un parrucchiere di un certo calibro”. Sdeng. Gancio finale, la concorrente con i tacchi a spillo è stata messa al tappeto con tanto di applauso finale.
Ed eccola qui. Un’esperienza surreale in cui di nuovo l’ambiente “posh” modaiolo mira sempre a far sentire merde noi plebei, pure quando gli serviamo. Senza dubbio i miei capelli ora sono strafighi, ma del resto il mio color topo e il mio taglio commerciale non sono degni dell’alta elite degli hairstylist. Sta di fatto che tra due mesi me li ritagliano gratis, a quanto pare il “color topo” non gli fa tanto schifo.

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(Come si può notare il materiale fotografico mostra i trampoli indossati e il risultato finale del taglio.)

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