English? Parla come magni.

Ristorante giappo-cinese ieri sera; assisto alla scena seguente:

Giovane donzella ordina: “una porzione di shake make”.

La cameriera cinese, palesemente disorientata, intavola una discussione per tentare di comprendere cosa stesse cercando di ordinare la ragazza, dopo circa 5 minuti buoni si scopre che la giovane damigella desiderava cibarsi con una porzione di “sake maki”.

La globalizzazione, il cosmopolitismo e il vivere in uno Stato che non è per niente conservativo nei confronti della propria lingua sono la palese dimostrazione che non sempre si ricava qualcosa di buono dalle cose potenzialmente buone. Già, perché il problema più grande che esiste oggi è che l’inglese ci ha invasi e pian piano, ogni giorno di più, tenta di fagocitare la nostra bella lingua, che invece lentamente se ne va scomparendo. Non sono affatto una hater dell’inglese, anzi forse ne sono troppo innamorata per vederlo sciupare così ogni giorno da persone che non sanno minimamente di che parlano. Non mi erigo a grande saccente o a madrelingua inglese, mi avvicino a questa lingua, che ormai studio da quando avevo 6 anni, permettendomi di definirmi una vera adepta di questo idioma che avrei tanto voluto fosse il mio “originario”. Non ho nulla in contrario a chi lo usa odiernamente per esprimersi a patto che conosca e sappia bene ciò che dice e ciò di cui sta parlando. Il problema, invece, sta proprio qui: che siccome l’inglese è divenuto una lingua passepartout, tutti si sentono in diritto di poterla usare come dove e quando gli pare, pur non conoscendone nemmeno un acca. Ed ecco quindi che si passeggia in Corso Como e si legge su un cartello scritto a mano “SPECIAL PRICE HAMBURGHER 5.99€”, a lezione di interpretariato di conferenza alla domanda della prof: “who are you?” un tale risponde: “I’m a student out of course” con tanto di pronuncia così perfetta che la prof risponde:“have you got an horse?”, apri facebook e trovi ostentazioni della lingua inglese in ogni dove, ostentazioni così magistrali che leggi “LONDON, I’M CAMING!”, “I love you FOR EVRER!”, “TO YOUNG TO DIE”, “Live you’re life” e chi più ne ha più ne metta, fino ad arrivare alle ordinazioni al ristorante giapponese dove perfino un altro idioma viene trasformato in pronuncia inglese, pensando funzioni pure con le altre lingue.

Posso ammettere un refuso, sparuto, ramingo ed eccezionale che ogni tanto capita a tutti; ma il fatto è che certi episodi non sono di certo eccezionali, bensì frutto di questa smania diffusa di voler dimostrare a tutti i costi che l’inglese lo si sa, perché è “cool”, perché fa “fashion”, perché sennò sei “out”, cioè proprio da “OMG”, “wtf’?!”, perché “I wrote in English before it was cool” e lasciatevelo dì: ma annatevene affanculo voi, il cool, il fashion shower, il LOL e tutta quella miriade di termini che la gente usa non avendo la benché minima percezione e cognizione di ciò che dice ma li usa solo perché così si sente alternativo, figo, un vero “what’s american boy”. Parliamo una lingua così bella, che purtroppo o per fortuna conosciamo così poco; siamo – perché mi ci metto anche io – meno “cool” e impariamo qualche parola in più della nostra preziosa lingua che se ha un grande vanto è quello di possedere una sinonimia ineguale, che le permette di colorare con ogni sfumatura immaginabile qualunque frase, cerchiamo di imparare una parola in più al giorno di italiano e usiamone una in meno impropriamente in inglese. Le lingue sono belle, parliamone una alla volta.

Immagine

(In foto la splendida Irene, attualmente in Spagna ma sempre con me)

 

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